Mi chiamo Annuska.

Vi starete chiedendo chi sono. Perchè occupo questo spazio. Se ho un bel culo. O se merito il vostro tempo.
Mettevi l’anima in pace o “Early Days” nello stereo, perchè non lo scoprirete oggi. Anzi, alcuni di voi non lo scopriranno mai. E quelli che penseranno di esserci arrivati mi malediranno un attimo dopo aver capito di non aver capito un bel niente.
I piu (s)fortunati, invece, strapperanno una risposta almeno.

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Sono stati mesi d’inferno, ecco. E non li racconto di solito. La voce tradisce. La voce piscia sulle parole. E, a complicare tutto, i buoni ascoltatori sono fuori moda. Poi la verità è che in ogni caso non può che essere un racconto infedele. What a pity per l’umanità e chebbellezza per me.

Ricordo.

La libreria in cui l’ho conosciuto. Il mio cappottino beige e perbene. La voglia che ho di masturbarmi ogni volta che inizio a ricordare tutto.

-I ricordi. Quei gran bastardi stupratori di gruppo.-

Poi il suo primo appartamento. Il mio averlo raggiunto alle 23 della sera. Sola. A sud di un’immensa città sconosciuta. Il rumore secco dei miei tacchi eleganti. Poco orientamento come al solito. Cinque ragazzi con birra cattiva e sigaretta senza coscienza in bocca, a fissarmi . Gennaio. Freddo. Nessuna idea di dove cazzo fossi sulla terra. L’improvviso vederlo arrivare da lontano. Un attimo dopo i suoi occhi nei miei. Il primo quasi bacio assolutamente non romantico. Forse inopportuno. Sporco. Imbarazzato. Respinto. Bellissimo. Desiderato e insufficiente. Vivo. E pronto a morire.

Il potere della mia grazia ventenne. Sulle sue scale. Dentro al suo ascensore.

Sfilo il cappotto, entrati a casa, e la borsa finisce sulla sedia. Una maglia di pizzo bianco e una gonna nera e molto corta sotto.
E’ semplice, sono nuda. Esposta. Sconosciuta. Vulnerabile. Eccitata. Stanca. Tachicardica. Stordita. Ma lui non se ne accorgerà per mesi.

Mi parla :”Inginocchiati.”
Lo guardo perplessa e divertita. Sempre più eccitata. Immobile.
“No.”

La sua mano mi si avvicina alla guancia.

E’ uno schiaffo.

Cento volte modulato rispetto a quanto lui desideri. E duecento volte più erotico di qualsiasi altro possibile, perchè primo in assoluto a segnarmi.

Un orecchino mi cade e interrompe l’attimo rimbalzando sul pavimento. Cerco di recuperarlo. Per farlo decido di inginocchiarmi. Davanti a lui. Ai suoi piedi.

E’ sempre stato un gioco onesto, a guardarla con gli occhi che ho ora lo so. Si trattava di una posta altissima, sì. O comunque troppo alta per me.
Poche regole. Letteratura. Pornografia. Arrendersi. Affondare le dita in posti in cui niente dovrebbe essere infilato mai. E poi sperma. Soffrire e godere. Godere del soffrire. Soffrire del godere. E non amare mai.

Ha uno specchio tondo vicino al letto. La mattina dopo, porta fuori il cane. Molto presto. Cerca di non svegliarmi. E io resto a letto. Senza riuscire a riaddormentarmi. Al suo ritorno, però, la dolcezza di pochi minuti addietro era sparita. Mi tira giù gli slip e dopo un paio di “quanto sei bella” mi inchioda i gomiti ad una cassettiera. In legno scuro, forse. Finiamo coi visi nello specchio tondo. Le sue mani mi allargano le natiche. Lui ci si infila di colpo. Alle 10 del mattino fa male.

E’ dentro. Se ne sta fermo.
In quel momento ho capito tre cose. Uno, sarò sempre forte almeno quanto lui. Due, quell’eroina ingestibile che avevo in circolo con lui dentro piantato nel mio culo tondo – Lui- avrei imparato presto a chiamarla felicità. Tre, due occhi così non li avevo visti mai. Se escludiamo qualche pezzo degli specchi in cui mi guardo da vent’anni.

Un gioco onesto, no? Ma io poi che ne so. Rispettare le regole proprio non è da me.