Che cosa c’è? C’è che questa è la mia voce. C’è che oggi sono incinta.

“È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva. Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovete provare.”

L’Africa, un comico a Manhattan, un cd che scala la classifica, sette sguardi in metropolitana, due ragazzini che si annodano le lingue all’uscita di scuola, la schiena bianca di Greta Garbo, il sudore di Bolt, il colore rosso, Fabrizio de Andrè, un gatto, l’alfabeto, il primo orgasmo, le formiche che si riuniscono, e le mamme che partoriscono. Edison scopre la lampadina, le lasagne al pesto, Montmartre, gli incontri, la memoria olfattiva, le larghissime strade americane, gli occhi delle tabaccaie lituane.Sophia Loren 0

E gli alveoli a respirare tutto.
Tutto quello che cambia.

Ci pensate a quanto siete lontani adesso?
“Ore.” direte. “Minuti” o “Da dove?”.
Nessuna unità di misura rende la forza di questa idea.
L’unica risposta è anche la migliore. E’ il vostro giorno fortunato.
Siete nell’inafferabile afferrato.
Nell’inafferrabile afferrato.
Nell’inafferrabile.
Afferrato.

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Come la quarta dimensione degli insonni felici.

Come gli occhi del neonato che vi chiedono di tenere in braccio un attimo.
Ho un orologiaio nello specchio. Ma non guardo il tempo che scorre. E’ un chirurgo forte, un pugile vivo. Che non gliel’ha data vinta mai. A nessuno, dall’origine dei tempi.
Questa è la spettacolare distanza che vi abita.

Adesso godetevi in un sorso il trailer di Gabriele:

PS:Per quelli che si sentono inchiodati al fermo, mi spiace, ma è un miracolo che riguarda solo la fotografia.
E per gli scettici, salite sulla sedia su cui avete il sedere adesso. Male che vada scoppierete a ridere guardando il vostro buffo riflesso nei vetri della finestra, o brucerete 1kcal tonda.

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Lascia che sia così. Ai miei pensieri, a com’ero ieri e anche per me.


“R., si chiamava R.”.

E’ stato due giorni fa.
Ero a letto. L’orizzonte mi seda. E’ come un’ampolla. Il caldo, il buon profumo, facebook, instagram, non respirare, ricordarsi di respirare, piangere, provare a piangere, fallire, whatsapp, no-mamma-non-ho-fame, chiedersi perché una volta, chiedersi perché ancora, chiedersi troppe volte perché.

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Perché il dottore mi prescrive di non pensare a com’eri addosso. Com’eri dentro.

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Perché mi frammento. Divento un ring. La me in t-shirt con stampa “la te migliore” e grandi tette prende a pugni un’altra me, emaciata, a cui importa poco di niente. E poi c’è la me che paga il biglietto e tifa a minuti alterni per una o per l’altra.

In questo caos primordiale vomitato tardi sulla linea del tempo, sono incapace di ricordare che nemmeno ti voglio più.

Quello che è stato. Quanto è stato.
Per me.

Perché non voglio più averti in circolo, ma sei mezzo litro del mio sangue adesso, e questo è tutto quello che resta di noi: globuli rossi.

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Sarà per questo che guardo solo splatter o video su yutube di gente che documenta giornate a Disneyland.

Sono a letto. Ho due gambe lunghe. Due gambe chiare. Un sedere tondo. Gli occhi nocciola, e verdi quando gli pare. La bocca piccola. Gli occhi grandi. Non dovrei proprio essere qui adesso. Ho un invito a cena. Un invito al cinema. Un invito a teatro. Un invito-e-basta di un tipo che può permettersi di invitare senza dare dettagli.

E non so come stare. L’ho scoperto due giorni fa. Alle 3 del mattino. Sfilo il braccio nudo dalle lenzuola, e inchiodo al muro le sue linee in ombra. Gioco con le dita. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Le movenze sono erotiche e delicate. Lente. Lentissime. Ma in realtà tutto quello che vedo è un pugno di resistenza comunista, il ricordo di un fisting romantico, porcaputtana, un saluto fascista, uno schiaffo.

Non so come stare, ma sto uguale. E’ solo la mia mano nuda.

Quant’è piccola. Ho aspettato una vita di crescere per avere le mani grandi come la nonna. E adesso.

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Mi sollevo di scatto. Sono le 3.24 del mattino.
Mi guardo i piedi. Respiro. Certi giorni per fortuna i polmoni sono più forti di noi.

Che avrei voluto almeno che andassi via col sottofondo di una porta che sbatte, che te ne fa fare una ragione, o con un “prima mi assicuro che stai bene”.

Perciò due punti. Ci sono persone per cui conti e altre per cui no, o almeno non abbastanza.

E se ho accettato in prima elementare senza nessuna nozione di matematica teorica che uno più uno facesse due, posso dire ok, non ci sei più.

Oltre. Al di là dei momenti in cui mi hai ucciso, quelli in cui io ho ucciso me pensando di non essere stata abbastanza, o quelli amari in cui capivo che eri tu a non poterti permettere di amarmi, di guardarmi.

I tuoi antidolorifici. Una volta o due ho desiderato di essere uno di loro. Starmene sulla tua lingua. Dissolvermi nel tuo stomaco. Entrarti in circolo. Fare effetto. Con me hai solo guardato la scatola.

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I tuoi tanti anni.
I miei pochi anni.

Karen Blixen parlava dei Masai, “sono diversi da tutti”, diceva, “muoiono in prigione. Vivono il presente, non riescono a pensare all’idea di futuro, per questo motivo se catturati si lasciano morire”. Ma io sono una Kikuyu.

Non posso più chiamarti per nome, che adesso è tardi e non ha senso.
Posso lasciarti andare via così. Io. Qui. Con la cosa che so manomettere meglio, le parole.

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“Io scrivo. E ogni parola la uccide.” Una tua lettera di quasi un anno fa.

Adesso a farlo sono io. Chi l’avrebbe mai detto.

Ciao R.

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ciao Sayuri

PLAY, please.

“Lei è Sayuri.
E’ devota. Il più delle volte non sbaglierà un colpo.
Poche ore e si renderà conto di avere l’eros a dormirle accanto.
Qualche giorno, invece, e il rumore dei suoi zoccoli sarà per la sua mente odore di madre.
La frusti ogni volta che vuole. Il suo amore non sanguina.
Se poi è il suo odio che cerca, beh le auguro tanta tanta fortuna, amico mio.”
“Ciao Sayuri. Io sono Sam.”

Gong-Li

Ho venduto Sayuri per molto. E per troppo poco.
L’ho venduta e ho pianto.

La conobbi tre anni e mezzo fa. Sedere europeo. Labbra dure, disarmoniche e sporche. Perfette. Il potere di far innamorare chiunque senza mostrarsi. Lacerarsi per un Come vi pare, e non piangere mai. Volere e non potere avere, dimenarsi, perdere e godersi l’apnea di chi sa che in effetti desidera ben altro.
L’odore della sua pelle fresca. La sua incoscienza.
In tanti mi chiedevano, dopo un incontro o due, se Sayuri fosse ninfomane. Odiavo le bocche volgari di quegli idioti. E la mia risposta è stata sempre una sola: “Ma no, signore. No.”.
Sayuri era solo nata per scopare. Per esorcizzare la morte. Ghiaccio liquido. E senza che nessuno le avesse insegnato niente. La ricorderanno tutti, adesso. Tutti. Quelli con una moglie vicino, un figlio in braccio, troppo lavoro da consegnare entro domani, un drink in vacanza appena ordinato, o una fidanzata nuova da sposare a breve. Sayuri era un tatuaggio. Aveva il suo spazio e la grazia di non muoversi da quel tratto.

Quella sera pioveva forte. E lei era nell’altro angolo della stanza. Sarebbe andata via la mattina seguente, con Sam. Quel tipo era solo un uomo poco cresciuto e triste. Scriveva romanzi, non avrei mai dovuto metterla nelle sue mani, così alto e magro. Così sbagliato.
Ma a Sayuri continuavo a sorridere. Col mio libro sotto gli occhi e una sigaretta sulle labbra che mi implorava di inchiodare ogni minuto di quella stanza del cazzo all’eternità.

“Tara.”

Fu la prima volta. Non mi aveva mai chiamato per nome. Mai parlato. Non chiamandomi per nome, almeno. L’avevo punita, sì, le avevo dato ordini. Avevo riso della sua inesperienza, pianto quando un animale le spezzò un braccio, e le avevo raccontato storie. Le mie storie sulla vita. Le storie sagge che non avevo vissuto mai.

Alzai lo sguardo. Si raccolse sulle ginocchia. Lì davanti a me. E dopo avermi fissato per qualche istante tirò su la gonna. Piano. Ineluttabile. Fermati Sayuri. Fermati. Cosa stai facendo? Cosa mi stai facendo?
Iniziò a toccarsi. Ad ansimare. Affondai le dita in quella perfezione liquida. Perversa. Maledetta. Libera. Santissima. Uccidersi. Dentro. Innescare una reazione irreversibile, sopravvivere, riemergere.
Perché piangevi? Sayuri.
“Non lasciarmi andare via, Tara.”

Poi un orgasmo sincronico.tentacle

E la grazia del mondo che si ricompone indolente. Ripresi a leggere, lei si sistemò la gonna e lasciò la mia stanza. Le avrei bevuto l’anima. Chi eri Sayuri?

Non sentì parlare di lei per quasi due mesi. Poi una mattina. Sul giornale. La piccola aveva ucciso il suo romanziere. Un coltello qualsiasi. E, in silenzio, si era uccisa indisturbata.

Gli altri si ostinano a negare. Gli altri non mi credono. Pensano che sia pazza. Che nella mia stanza quella notte non ci fosse Sayuri a gocciolarmi davanti. Quella notte, né mai.
Nessuna Sayuri, nessun romanziere, nessuna sigaretta, pioggia, libro, stupida gonna, orgasmo, pianto. No.
Perciò mi somministrano compresse tonde e blu, terapia sperimentale. Avanguardia psichiatrica.
“Siamo nel 1963, guarirai.”, abbaiano.
Io sorrido.
Apro la bocca, ingoio. Liquido. Ghiaccio liquido.

Ho amato due persone nella mia vita, mio marito Takumi, anche nel momento in cui mi ha rinchiuso qui, e lei.
Sayuri.
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“Se stasera ho voglia di morire è perché non ti amo più.” Firmato, La petite mort.

Oggi sono altezzosa. Strafottente. Scapigliata. Oggi sono io. Ed era tanto che non succedeva.

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Cosa si fa quando una storia finisce? Proprio non lo so, cazzo. Immagini, scenari dandi, un pompino ad uno sconosciuto, ricordi tra le mani con acqua farina e lievito, una fotografia strappata.
Ma io posso fare di meglio.

Accarezzarmi forte i capelli, per esempio.
Farci scivolare una mano. Coi polsi di Monica Vitti in prestito. E fuori è freddo schifo ma addosso è bellissimo. Benvenuto Novembre.
Il mio corpo. Liscio. Curvo. Fresco. Ventiquattro anni. Quel mio modo di amare che in realtà è solo bisogno egoista di essere amata.

Che tanto non te n’è mai fregato un cazzo di guardarmi dentro. E nemmeno ne eri capace. Che peccato.
Ma hai fatto bene i conti con la mia dark side. Lo ammetto. Quella che non si racconta. Quella che non si cita nelle biografie. Nossignore. Quella che si scioglie in un cucchiaino e crea tossicodipendenza. L’hai vista. L’hai adorata. Ti è bastata.
E quindi grazie.
La voce della tua sigaretta che bruciava viva dopo aver fatto l’amore non la dimenticherò più.

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“Goditi potere e bellezza della tua gioventù”, mi ripeto.

Non abbiamo mai avuto molto da dirci. C’entrano poco le donne che schiacceranno il viso contro il vetro freddo della tua finestra. C’entrano poco i bisogni diversi. E c’entra poco persino il mio culo.
Ma la diagnostica post patologia è da sfigati. Preferisco un ciao. O un adieu. Che il francese in bocca mi sta da dio. Piccola e snob.

Guardo fuori. Dietro ai vetri del mio balcone. Sono lì dove non si dovrebbe fare mai quello che sto per fare. Quello che non riesco a smettere di fare.
“Vieni.”, mi sento dire.
Ascolto. Non sei tu. Anzi, nemmeno ci penso a chi possa essere. O cosa. Non mi importa.
“Vieni.”

C’è poco da opporsi. A volte serve solo un orgasmo. Per arrivare al minuto successivo. Per farsi una lurida onestissima e mistica chiacchierata col proprio io. O per chiudere una storia.

La vita taglia, gente. Urla. Scompone. Prega. Scrive. Getta via. Premia. Inganna. Corre. O non scorre. Batte. Calcola. Cambia. Mescola. Decide. Vince.
Polmoni pieni. La petite mort.

Sorrido.
Questa sono io.

Chiamami Porno, che ti amo. Ma tu non sai come mi chiamo.

Che ci faccio qui?
Sono le 23 e 40, amore. Che non passa una macchina. Una. Ed è freddo. E sono vestita come una puttana.
“Quanto sei bella”, mi diresti.

Toccami.

Che ci faccio a quest’ora su di una provinciale?
Sono stufa marcia. E pure incazzata.
Ed è mercoledì e piove. E la gente si calcifica la vita. Piano. Nessuno pensa. Si lavora a quest’ora.
“Ahi. Mi fa male.”
“Cosa?”
“La gola, amore.”

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Voi restate lì. Io cambio fuso. Put-ta-na.

A quindici anni in parrocchia. Una catechista. Che guarda gli occhi di teppisti a cui non ha niente da insegnare.

A diciassette, cercare di elaborare quella strana roba che si chiama stupro. Il dolore. Dicono. Con traumi per contorno. Per non parlare dei postumi obbligatori da brutta esperienza standard.
Non avete capito un cazzo, ecco. A me a tratti m’è pure piaciuto.

A venti un quasi bambino in pancia. Una proposta di matrimonio. Lui era un medico tedesco. Biondo. Due occhi blu. Lo adoro. Ridevamo continuamente. Poi le nostre strade si sono separate.

Chi sono?
Chi?
Sono?

Lasciami in pace, cazzo.
L’unica cosa che voglio. Non questa gonna di pelle volgare. Non le ore vuote. Nè la tua banale attenzione. Puoi tatuarmi, se ti diverte. Lasciarmi in piedi in sala d’attesa. Avere paura. Agonizzare. Partire. Davvero, puoi. Ma non si ama così.

Scacco matto! T’ho distratto. Ho vinto. Marameo.

Diciamoci la verità, io non sono questa.
Io, quando incollate gli occhi su questo posto, sono seduta sul vostro pavimento. Schiena al muro e occhi nei vostri. Ginocchia al petto.
Adoro i fiumi di porno. Quando sono in treno e guardo il mare dal finestrino, l’acqua salata mi viene in faccia.
Odio i fiumi di porno , solo a volte però. Quando mi chiedo cosa sia volersi bene. Le clausole “prendersi cura dell’altro” ed “esserci”.
E poi?

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Mamma, George Clooney non mi piace proprio! Sono degli anni 90. Prova a imboccarmi con Diogo Morgado… Metti una sera a cena col Cristo. Quello sì che sarebbe interessante.

Portatemi con voi.
Andiamo a distruggere la macchina del vicino che ti blocca il parcheggio.
O tu. Tu preferisci sentire un proiettile attraversare quella stupida troia moretta e ventenne col corpo perfetto che ha vinto facile con tuo marito? Andiamo, cara. Metto i guanti e faccio io.
E tu. Che avresti voluto gridare a tuo padre “Resta. Non andare via.”, e invece t’è morto tutto in gola. Per te è gratis. E stringimi pure la mano. Adesso ci meritiamo una canzone romantica.

E rido. Rido forte. Per fortuna quello di cui non posso scrivere è solo quello che non c’è.

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Ibridi maledetti tra Gossip Girl, l’Edipo Re e Gassman che legge gli ingredienti dei frollini. Maledetti.

PRESS PLAY

Riuscirà anche questo mese la nostra eroina ad oltrepassare la sua SPM?
Bilancio attuale: fedina penale integra e ancora nei paraggi qualcuno con cui poter andare a cena trovando interessanti discorsi che non abbiano per forza la parola sesso dentro.
Merito un barattolo di gelato. E un pomeriggio sola a casa in slip col mio disco preferito, e Django in poltrona per cena.

Perché il binomio “Christoph Waltz/stivali di Christoph Waltz in qualsiasi film” ha sempre avuto il mio totale rispetto.

E i sogni? Vogliamo parlarne?
Solo ibridi tra Gossip Girl, l’Edipo Re e Gassman che legge gli ingredienti dei frollini.

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“Ciao Rufus. Ti racconto un sogno fatto oggi? Posso?”
“Mi hai ribatezzato col nome di quel tipo? Vabbè. Ho capito. Mi giro una canna. Racconta. Stai meglio?”
“Non lo so. Metto il mio incoscio nel tritacarne ogni giorno. Mesi fa non era così. Ma resta la cosa più degna di me mai vissuta.”
“Mesi fa non era niente.”
“Sarà. Aspetta, suonano alla porta.”
“E chi si muove. Boccate random. Fai pure tesoro.”
“E’ Sara.”
“Baciala.”
“Sì. Ti dicevo del sogno stupido. Eravamo nella sua cucina. Io. Sua madre. Lui. E la sua ex moglie. La troia, la sua ex intendo, mi guarda tutto il tempo. Lasciami mangiare in pace, cazzo. No. Comincia pure a dire che i tramezzini preferiti di lui sono al tonno, cosa che io ignoro, e che non imparerò mai a fare una carbonara decente.”
“Ahahah.”
“Che cazzo ridi?”
“Ha ragione.”
“Lo so. E infatti io guardo basso nel mio piatto, pensando “La carbonara nella prossima vita. I pompini in questa.” Beh inizio a sorridere. Lui mi guarda. Le due lasciano la stanza. E finisco con le mie ginocchia tra le sue sul tavolo. Mi bacia gli occhi. Mi allarga le natiche con le mani. Risale. Gioca col mio collo. Mi toglie il respiro. Stringe. Uno. Due. Cinque secondi. Solita tenerezza e apnea.”
“Madonna. Sei straordinaria.”
“E tu in high.”
“Eh vero. Un po’. Ma quindi poi?”

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“Poi dice cose romantiche. Romanticissime. E vere. Quelle definitive di una vita, soddisfacenti più della soluzione dell’enigma della Sfinge. E…”
“E?”
“E mi fissa. Poi inizia a non respirare più. Sviene. Mi cade addosso.”
“Cazzo.”
“Se continui a fare ironia chiudo. E ti blocco pure su whatsapp.”
“Daje. Ti prego. Mejo de Beautiful. Continua.”
“Lo portano via. E io mi trovo in una stanza con la sua ex moglie. E i suoi tre bambini. Quelli pregano Cristo. Io Allah. La troia mi dice di smetterla, che il mio dio non esiste. Inizio a piangere. Senza motivo. E sono sulle scale dell’ospedale in cui lo cerco. Troppe scale. Un’infermiera amica del mio ex, lesbica, capelli rossi e quinta di seno. Quella che una volta aveva provato a sedurmi in quell’irish a Bologna. Ti ricordi? Beh, mi spiega dove andare.”
“E ci vai?”
“Cominci a fare domande di spessore.”
“Di spessore… Sì. Può essere.”
“Sì, comunque ci vado. Coi corridoi tutti uguali. Sudata. E all’improvviso finisco in una gang bang di giornalisti che mi chiedono come sia stato conoscerlo, averlo amato, averci fatto sesso, avergli visto tagliare verdure. Io mi incazzo e scappo. Nessuno saprà niente mai.”
Madonna che odio gli altri.”
Madonna.
Vabbè. Corro per quattro chilometri sudati di città ed entro a casa mia. C’è papà sulla poltrona.”
“ahahahah Che schifo. Povero vecchio. Dovresti mettere un cartello su quella poltrona, WARNING.”
“Lo farò. Promesso. Beh, papà guarda un servizio in tv. Sulla scomparsa di un grande artista. Lo saluto. Confusa. Non mi ricambia. Dice solo il nome del tipo. E’ che a ucciderlo è stata la sua donna. In cucina. Abbracciati. Su di un tavolo ikea. Me lo dice come fa lui, sussurrando. Mentre si sistema gli occhiali. E… E’ lui. E’ l’amore mio. Capito?”
“Cazzo.”
“A quel punto credo di aver avuto l’inconscio in harlem shake, e ho pianto proprio bene. Con tanto di cuscino bagnato.”
“Tu?”
“Eh.”
“ahahahah Sei umana. Buono a sapersi. Ti manifesti quando dormi, ma meglio di niente.”

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“Dai. E’ stato schifoso e basta. E non è finita. All’improvviso inizio a rendermi conto di non avere amato mai così. E mi sento onnipotente. Ma, ops, non ho più lui. E lì ho capito che non voglio perderlo. Non me n’è mai fottuto un cazzo di perdere qualcosa nella vita. Con lui è diverso. Per la prima volta. Vabbè. Mi sveglio. Caffè. Acqua in faccia.
E lui mi chiama dopo un quarto d’ora. Ecco, hai presente tutto quello che dovevo dirgli da giorni, quelle mappe da giovane marmotta dell’oratoria che si incazza e fa appunti perfetti? Niente. Gli rispondo con la gioia di Cazzo sei tu! E sei vivo. A culo tutto il resto. Non vedo l’ora di muovermi su di te e sentirti così tanto dentro da…
“Bene. Basta. Sono basita. Grazie a dio l’erba c’è.”
“Grazie.”
“No, momento serietà. Vorrei dirti qualcosa di saggio. Minchia. Ma la verità è che, ormoni e sogni a parte, non ho idea di cosa tu stia vivendo. E né io né le altre credo potremo averne mai. Ti sei cacciata in un fattaccio, difficile due volte per quanto sei bella tu.”
“Dai basta. Stop.”
“No, ascoltami. Certo, Sara è convinta che sarai tu a stancarti di lui e di tutto questo molto presto. Che sarai tu a lasciare la scena, per percorrere la navata principale col tuo uomo perbene definitivo che ti ama con due cani, un diamante e una bmw. Io invece penso che a ‘sta storia gli farai proprio il culo. Non puoi fallire, guardati.
In quanto a lui… Non so se compatirlo o invidiarlo. Ignaro.”

Sara mette lo smalto sulle unghie. Rosso. Non mi guarda nemmeno.
Io chiudo il telefono.
E tu. Vaffanculo.

(immagini di Luis Quiles)

Amore. Morte. Facebook. E Larve di Puttane.

Siamo il secolo delle psicosi. Dei disturbi alimentari. E dei vicini sconosciuti. E non è roba nuova. Di sorprendente però c’è che oggi ho comprato un completo intimo da stupro.

Chi dice che le sere infrasettimanali d’ottobre sono noiose? Idioti che non siete altro.
Ignorare gli inviti a bere fuori poi tiene in ottimo allenamento il mio dito indice. E sappiamo tutti quanto un idice allenato faccia la differenza nella vita.
In tv intanto c’è Tom Cruise dietro al bancone a fare l’acrobata con bottiglie superalcoliche e fiumi di fighe che se lo scoperebbero vendendosi le mamme, pagando 3 volte il ticket, e dopo 9 ore di fila.
Io potrei essere una di loro stasera. Strano, considerando il grado di fanciullezza di Tom.

E oggi, vaffanculo, non ci penso.
O ti penso meno.
Perché sì. Dio è a lucidare l’argenteria. Io cantavo hot’n’cold in slip a colazione stamattina. E il mio migliore amico è convinto che “Green Hornet”, un pezzo di Kill Bill, per intenderci, corrisponda al ritmo di indice e medio sul clitoride di tutte le donne della storia. Mentre si masturbano. Ero in macchina sul retro a farmi i fatti miei. L’ho lasciato raccontare.
Mento.
Dalle 23 e 15 i neuroni si sbavano di sentimentalismo in automatico. E’ scientificamente provato.
E penso che amare sia cogliere un’occasione per uccidere, importa poco cosa o chi. E’ che ti adoro, maledetto.

Ho fame.
Ancora. Gesù. Se non sapessi di non essere incinta inizierei a perdermi in pensieri goduriosi tipo “Finalmente mangerò tutti quegli omogeneizzati alla frutta.” oppure “Lo chiamerò Clint. O Roger. Come Waters. O Moore. Non Rabbit.”. Ma non ho nessuno in pancia. O almeno credo. E mi faccio un panino.

E’ una sera ferma. Sono giorni che ottobre è un fake, per la gioia dei meteopatici. Ma credo sinceramente che le lucertole a breve si daranno al Prozac. Le vedo male. Senza più punti cardinali. Una oggi mi ha attraversato la strada davanti con le mestruazioni, e aria di sfida, e desolazione, e pure un po’ d’ansia da nonhoancorafattolaspesa. Dove correva non so. Le lucertole – con gli scarafaggi, ovviamente –mi fanno proprio schifo. Povere bestiole. Quella però, una Margherita Buy coraggiosa alle 18 e 28 in metropolitana, mi ha ricordato un paio di scarpe pitonate coi tacchi a spillo che ho visto addosso a una dodicenne giorni fa in centro. Non è per fare moralismi, io proprio non posso. E’ che questa visione mi ha portato a galla un’altra storia. Un tizio diceva che ogni ragazzina è niente più di una Larva di Puttana. E’ un’immagine da terza pagina almeno, riconoscerete. Ero a pranzo. Ho riso moltissimo.

Basta. Apro facebook.

I soliti maniaci seriali.

L’uomo di cui sono innamorata.

Amiche stupide. Che non ricordano nemmeno più quel loro vecchio stato di larva.
– Io il mio non lo dimenticherò mai. Le radici sono importanti.

Inni senza dignità a Bieber e a quell’altra che si dondola su una palla da demolizione (vi ci vorrebbero schiaffoni firmati kink.com e basta).

Pubblicità. Del prodotto che non comprerei mai.

Un altro. “Ho avuto tante donne, ma ho amato una volta sola. Da allora non ci riesco più. Non ne sono capace, cosa credi? Ho voglia di rum e di sesso, stasera. Il solito.” Per sua fortuna è biondo, altissimo, occhi nordici e una figa l’ha pure partorito. Sì, ma nel 1992. Resto basita. Mi chiedo dove si nascondano gli uomini che bestemmiano ferocemente per il rigore che non c’è.

Poi l’icona creepy del giorno, “Quanto pensi di essere donna o di essere uomo? No, perché io sono giunto alla conclusione che la mia parte femminile corrisponda al 60 % . Ovvio, il resto è uomo. E non sono gay, eh? Mi piace la figa. Mi-pia-ce-la-fi-ga.”

Credo di averne abbastanza.
Ripensandoci però, potrei fare un test al volo. In sacrificio al Dio dell’Intelligenza, che starà da qualche parte in Thailandia a farsi massaggiare i genitali. “Quale cavallo sei?”, “Qual è il tuo nome indiano?”, “A quanti anni andrai in pensione?”, “Quale star è il tuo lover?” – su questo Woody Allen m’ha urlato dal corridoio uno dei suoi “Gesù.”. O ancora “Siamo in grado di indovinare la tua età?”, “Quanto sei bella?” o “Come sporchi sono i tuoi pensieri?”.

Stop. Stop. Stop. Ho un vincitore: “Quale santo ti protegge?”.
Scopro che mi protegge San Francesco d’Assisi. Gran bravo ragazzo col passato da cattivo. Mi piace. E vado a letto più felice.

Tre settimane fa è morto un mio amico.
Felice un cazzo.

Ho deciso, domani inventerò il mio necrologio. Così, tanto per esercizio di stile.