Lascia che sia così. Ai miei pensieri, a com’ero ieri e anche per me.


“R., si chiamava R.”.

E’ stato due giorni fa.
Ero a letto. L’orizzonte mi seda. E’ come un’ampolla. Il caldo, il buon profumo, facebook, instagram, non respirare, ricordarsi di respirare, piangere, provare a piangere, fallire, whatsapp, no-mamma-non-ho-fame, chiedersi perché una volta, chiedersi perché ancora, chiedersi troppe volte perché.

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Perché il dottore mi prescrive di non pensare a com’eri addosso. Com’eri dentro.

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Perché mi frammento. Divento un ring. La me in t-shirt con stampa “la te migliore” e grandi tette prende a pugni un’altra me, emaciata, a cui importa poco di niente. E poi c’è la me che paga il biglietto e tifa a minuti alterni per una o per l’altra.

In questo caos primordiale vomitato tardi sulla linea del tempo, sono incapace di ricordare che nemmeno ti voglio più.

Quello che è stato. Quanto è stato.
Per me.

Perché non voglio più averti in circolo, ma sei mezzo litro del mio sangue adesso, e questo è tutto quello che resta di noi: globuli rossi.

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Sarà per questo che guardo solo splatter o video su yutube di gente che documenta giornate a Disneyland.

Sono a letto. Ho due gambe lunghe. Due gambe chiare. Un sedere tondo. Gli occhi nocciola, e verdi quando gli pare. La bocca piccola. Gli occhi grandi. Non dovrei proprio essere qui adesso. Ho un invito a cena. Un invito al cinema. Un invito a teatro. Un invito-e-basta di un tipo che può permettersi di invitare senza dare dettagli.

E non so come stare. L’ho scoperto due giorni fa. Alle 3 del mattino. Sfilo il braccio nudo dalle lenzuola, e inchiodo al muro le sue linee in ombra. Gioco con le dita. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Le movenze sono erotiche e delicate. Lente. Lentissime. Ma in realtà tutto quello che vedo è un pugno di resistenza comunista, il ricordo di un fisting romantico, porcaputtana, un saluto fascista, uno schiaffo.

Non so come stare, ma sto uguale. E’ solo la mia mano nuda.

Quant’è piccola. Ho aspettato una vita di crescere per avere le mani grandi come la nonna. E adesso.

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Mi sollevo di scatto. Sono le 3.24 del mattino.
Mi guardo i piedi. Respiro. Certi giorni per fortuna i polmoni sono più forti di noi.

Che avrei voluto almeno che andassi via col sottofondo di una porta che sbatte, che te ne fa fare una ragione, o con un “prima mi assicuro che stai bene”.

Perciò due punti. Ci sono persone per cui conti e altre per cui no, o almeno non abbastanza.

E se ho accettato in prima elementare senza nessuna nozione di matematica teorica che uno più uno facesse due, posso dire ok, non ci sei più.

Oltre. Al di là dei momenti in cui mi hai ucciso, quelli in cui io ho ucciso me pensando di non essere stata abbastanza, o quelli amari in cui capivo che eri tu a non poterti permettere di amarmi, di guardarmi.

I tuoi antidolorifici. Una volta o due ho desiderato di essere uno di loro. Starmene sulla tua lingua. Dissolvermi nel tuo stomaco. Entrarti in circolo. Fare effetto. Con me hai solo guardato la scatola.

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I tuoi tanti anni.
I miei pochi anni.

Karen Blixen parlava dei Masai, “sono diversi da tutti”, diceva, “muoiono in prigione. Vivono il presente, non riescono a pensare all’idea di futuro, per questo motivo se catturati si lasciano morire”. Ma io sono una Kikuyu.

Non posso più chiamarti per nome, che adesso è tardi e non ha senso.
Posso lasciarti andare via così. Io. Qui. Con la cosa che so manomettere meglio, le parole.

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“Io scrivo. E ogni parola la uccide.” Una tua lettera di quasi un anno fa.

Adesso a farlo sono io. Chi l’avrebbe mai detto.

Ciao R.

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13 comments

  1. tuttotace · novembre 21, 2014

    E vorrei dirti che con il tempo tutto migliorerà ma non ci credo proprio per un cazzo, e non solo, la te che paga il biglietto e tifa alternativamente per le tue te non andrà più via.
    Ferite. Si chiuderanno? Sì.
    Per sempre? No.
    Sarà come prima? No.
    Va bene? Forse.
    Certi giorni per fortuna i polmoni sono più forti di noi. E’ così. Oggi magari basta, oggi deve bastare.
    Bentornata.
    Stai qui. Forse l’unica cosa buona che ho fatto negli ultimi anni. L’unica cosa buona solo per me.

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    • annuskatz · novembre 21, 2014

      Un gelato?

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      • tuttotace · novembre 21, 2014

        È un invito? No dai davvero, non ho capito … Spiegare faccenda gelato please (e lo so che se era una battuta le battute non si spiegano ma se sono vecchia e rimbambita tu sii gentile) Però io ero quasi seria (che seria seria non sono mai) e lo sai che il tuo blog mi piace.

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      • annuskatz · novembre 22, 2014

        È la soluzione in questi casi. Dopo quanto si è detto, meglio un gelato che altre parole. Imparo a farlo, così vieni a mangiarlo da me. Pensa che fortuna quel dolce.

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      • tuttotace · novembre 22, 2014

        Dolce fortunato si. Buongiorno.

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  2. rodixidor · novembre 21, 2014

    Bellissima la scelta musicale. Bella la scrittura che trascina fino alla fine nonostante il tema sia il più scritto del mondo.

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  3. Mean Cactus · novembre 29, 2014

    Ti capisco fin troppo bene.
    Mi riferisco anche al gelato.

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  4. EdFelson · dicembre 9, 2014

    Non sono bravo con certe parole, finisce sempre che la svacco.
    Mi hai fatto venire in mente una canzone dei The National intitolata “About Today”.
    L’ascolto ogni volta che ho bisogno di una catarsi. Forse ne ho bisogno anche adesso.
    Quello che hai scritto qui sopra è sublime, ma devastante.
    Hai un modo bellissimo di scrivere cose terribili in maniera leggera, come fossero cose normali, tipo andare a comprare due filoni di pane e due etti di prosciutto cotto.
    Forse è questo che lo rende devastante: l’hai raccontato con la stessa semplicità con cui ti (generico) cadono addosso le cose.

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