ciao Sayuri

PLAY, please.

“Lei è Sayuri.
E’ devota. Il più delle volte non sbaglierà un colpo.
Poche ore e si renderà conto di avere l’eros a dormirle accanto.
Qualche giorno, invece, e il rumore dei suoi zoccoli sarà per la sua mente odore di madre.
La frusti ogni volta che vuole. Il suo amore non sanguina.
Se poi è il suo odio che cerca, beh le auguro tanta tanta fortuna, amico mio.”
“Ciao Sayuri. Io sono Sam.”

Gong-Li

Ho venduto Sayuri per molto. E per troppo poco.
L’ho venduta e ho pianto.

La conobbi tre anni e mezzo fa. Sedere europeo. Labbra dure, disarmoniche e sporche. Perfette. Il potere di far innamorare chiunque senza mostrarsi. Lacerarsi per un Come vi pare, e non piangere mai. Volere e non potere avere, dimenarsi, perdere e godersi l’apnea di chi sa che in effetti desidera ben altro.
L’odore della sua pelle fresca. La sua incoscienza.
In tanti mi chiedevano, dopo un incontro o due, se Sayuri fosse ninfomane. Odiavo le bocche volgari di quegli idioti. E la mia risposta è stata sempre una sola: “Ma no, signore. No.”.
Sayuri era solo nata per scopare. Per esorcizzare la morte. Ghiaccio liquido. E senza che nessuno le avesse insegnato niente. La ricorderanno tutti, adesso. Tutti. Quelli con una moglie vicino, un figlio in braccio, troppo lavoro da consegnare entro domani, un drink in vacanza appena ordinato, o una fidanzata nuova da sposare a breve. Sayuri era un tatuaggio. Aveva il suo spazio e la grazia di non muoversi da quel tratto.

Quella sera pioveva forte. E lei era nell’altro angolo della stanza. Sarebbe andata via la mattina seguente, con Sam. Quel tipo era solo un uomo poco cresciuto e triste. Scriveva romanzi, non avrei mai dovuto metterla nelle sue mani, così alto e magro. Così sbagliato.
Ma a Sayuri continuavo a sorridere. Col mio libro sotto gli occhi e una sigaretta sulle labbra che mi implorava di inchiodare ogni minuto di quella stanza del cazzo all’eternità.

“Tara.”

Fu la prima volta. Non mi aveva mai chiamato per nome. Mai parlato. Non chiamandomi per nome, almeno. L’avevo punita, sì, le avevo dato ordini. Avevo riso della sua inesperienza, pianto quando un animale le spezzò un braccio, e le avevo raccontato storie. Le mie storie sulla vita. Le storie sagge che non avevo vissuto mai.

Alzai lo sguardo. Si raccolse sulle ginocchia. Lì davanti a me. E dopo avermi fissato per qualche istante tirò su la gonna. Piano. Ineluttabile. Fermati Sayuri. Fermati. Cosa stai facendo? Cosa mi stai facendo?
Iniziò a toccarsi. Ad ansimare. Affondai le dita in quella perfezione liquida. Perversa. Maledetta. Libera. Santissima. Uccidersi. Dentro. Innescare una reazione irreversibile, sopravvivere, riemergere.
Perché piangevi? Sayuri.
“Non lasciarmi andare via, Tara.”

Poi un orgasmo sincronico.tentacle

E la grazia del mondo che si ricompone indolente. Ripresi a leggere, lei si sistemò la gonna e lasciò la mia stanza. Le avrei bevuto l’anima. Chi eri Sayuri?

Non sentì parlare di lei per quasi due mesi. Poi una mattina. Sul giornale. La piccola aveva ucciso il suo romanziere. Un coltello qualsiasi. E, in silenzio, si era uccisa indisturbata.

Gli altri si ostinano a negare. Gli altri non mi credono. Pensano che sia pazza. Che nella mia stanza quella notte non ci fosse Sayuri a gocciolarmi davanti. Quella notte, né mai.
Nessuna Sayuri, nessun romanziere, nessuna sigaretta, pioggia, libro, stupida gonna, orgasmo, pianto. No.
Perciò mi somministrano compresse tonde e blu, terapia sperimentale. Avanguardia psichiatrica.
“Siamo nel 1963, guarirai.”, abbaiano.
Io sorrido.
Apro la bocca, ingoio. Liquido. Ghiaccio liquido.

Ho amato due persone nella mia vita, mio marito Takumi, anche nel momento in cui mi ha rinchiuso qui, e lei.
Sayuri.
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3 comments

  1. ysingrinus · novembre 24, 2014

    Bellissimo!

    Liked by 1 persona

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